WORLD SOCIAL REPORT 2021: SERVE COLMARE IL DIVARIO TRA COMUNITÁ RURALI E URBANE

Quattro persone su cinque che vivono sotto la soglia di povertà abitano in aree rurali. L’agricoltura è responsabile del 70% dell’uso dell’acqua. Nuove tecnologie, coltivazioni sostenibili e investimenti i concetti chiave del Rapporto “World social report 2021: reconsidering rural development”, analizzato da Tommaso Tautonico su Asvis.it.

Per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, nessuno deve essere lasciato indietro. Questo principio è alla base del rapporto “World social report 2021: reconsidering rural development”, pubblicato recentemente dal Dipartimento degli affari economici e sociali delle Nazioni unite (Un Desa), dedicato allo sviluppo rurale e alle strategie necessarie per colmare il divario tra le comunità rurali e urbane. Le attuali strategie e i modelli di sviluppo, afferma il Rapporto, non riescono a soddisfare gli obiettivi socioeconomici e quelli ambientali dell’Agenda 2030. Le aree rurali ospitano circa il 43% della popolazione mondiale e il 71,3% della popolazione rurale a livello globale vive in Paesi in cui il reddito agricolo pro capite è inferiore al reddito pro capite del proprio Paese.

Disparità tra zone rurali e urbane. Le popolazioni rurali hanno meno accesso all’istruzione, alla sanità e ad altri servizi. Disparità che contribuiscono alla polarizzazione della società e aumentano il divario tra zone rurali e urbane. Molte aree rurali assistono a un grave impoverimento e degrado delle risorse naturali, contribuendo al cambiamento climatico e all’insorgenza di malattie zoonotiche, come il Covid-19. Tuttavia, sottolinea il report, esistono opportunità per le aree rurali di costruire un futuro più verde, inclusivo e resiliente. Lo sviluppo rurale non deve essere un’appendice dello sviluppo urbano, ma deve giocare un ruolo centrale nel raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Urbanizzazione in situ. Il tenore di vita della popolazione rurale, continua il Rapporto, può essere elevato a quello della popolazione urbana attraverso un processo chiamato “urbanizzazione in situ”, che può contribuire ad evitare la migrazione verso le aree urbane. Il Giappone, uno dei primi Paesi ad utilizzare questo modello, è riuscito a trasformare le aree rurali sottosviluppate in comunità moderne con alti livelli di reddito e maggiore benessere. Questa trasformazione può essere attribuita alle riforme agrarie, all’istituzione di cooperative agricole, ai sussidi sui prezzi agli agricoltori e ad altre misure volte a migliorare la produttività agricola. C’è stato uno sforzo per evitare la disparità di reddito tra le zone rurali e urbane e, alla fine, molte aree rurali situate nelle periferie delle grandi città sono diventate parte delle stesse, producendo prodotti agricoli diversi dal riso (come fiori, frutta e verdura), fornendo aree residenziali e ospitando attività manifatturiere e di servizio ai vecchi e nuovi residenti.

In Cina il processo di urbanizzazione in situ ha comportato la nascita di nuove imprese, che hanno contribuito alla creazione di posti di lavoro non agricoli per più di 130 milioni di persone. L’urbanizzazione in situ in Cina è stata guidata dal miglioramento delle infrastrutture, dalle misure per attrarre investimenti stranieri e azioni politiche che hanno responsabilizzato i governi locali e disincentivato i residenti rurali a spostarsi nelle città.

L’articolo completo su Asvis.it

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