Un arcipelago da co-creare

Perché oggi in Italia e in Europa solo l’1% del capitale di cui le imprese sociali hanno bisogno proviene dagli enti filantropici? in teoria, gli enti filantropici dispongono proprio del tipo di capitale che potrebbe fare la differenza, e allora? Dove si annidano le ragioni di questa mancata corrispondenza? Se vogliamo attivare il potenziale del Piano d’Azione europeo sull’economia sociale, proviamo a sfatare tre falsi miti e a fare i conti con un elefante nella stanza e tre lati ciechi che ci ancorano ai blocchi di partenza.

Cos’è il Terzo Settore: isole isolate o arcipelago?

Era poco dopo l’alba di un mattino di metà febbraio ed ero seduta vicino al finestrino su un volo Catania -Torino. Ero stata in Sicilia a visitare il lavoro straordinario di due imprenditori sociali e un ente filantropico: Isola a Catania, Farm Cultural Park a Favara e Mazzarino e Fondazione MeSSina Ente Filantropico[1] con il suo cluster di fondi per l’impatto sociale. Guardando dall’alto le Eolie e, poi, le isole toscane, pensavo a quel recente filone della ricerca sociale che prende il nome di «studi arcipelagici»[2] e alla significatività dell’arcipelago come metafora[3] per il Terzo Settore, per il nostro continente e per il nostro Paese. Mi è venuta in mente la leggenda di Eolo, nato mortale e divenuto il dio greco custode dei venti, e dei suoi 12 figli che si sposarono tra loro per regnare in armonia sulle sette isole Eolie. E poi la leggenda di Afrodite, la dea greca della bellezza e dell’amore, nata dalla schiuma in un tratto del Mare Tirreno tra l’Italia e la Corsica perdendo da una collana sette perle che, anziché sprofondare negli abissi, rimasero in superficie, e divennero le sette isole dell’arcipelago toscano. In questi miti antichi – tra l’altro analoghi a quello dell’Oceano Pacifico (Moana) per i Polinesiani – affonda le radici il significato di arcipelago. Secondo l’etimologia greca, significa letteralmente “mare principale”, e indica, più che le isole, il mare che le accomuna e le connette. “Arcipelago” è un nome collettivo come – tra gli altri – foresta, flora, fauna.

La differenza tra una serie di isole sparse e un arcipelago è nella connessione, nel “non isolamento”. Il mare in cui esse si trovano e che le separa l’una dall’altra è, in realtà, l’elemento che le accomuna, è la fonte per eccellenza delle relazioni, degli scambi reciproci, del legame. Nell’irriducibile distinzione e distanza che caratterizza la forma e la posizione delle singole isole dell’arcipelago, esse appartengono allo stesso mare: pluralità, molteplicità e l’ossimoro di una “distanza prossimale” rendono l’idea di comunione e, al tempo stesso, di autonomia, che sono i tratti costitutivi delle isole di un arcipelago. In una prospettiva di system thinking[4], l’arcipelago è più di una metafora: indica un “ecosistema” che non può essere ridotto a uniformità – sameness – poiché le sue singole componenti riescono a coesistere e a convivere solo in quanto irriducibilmente uniche e distinte, ma stando in relazione, in un sistema di reciprocità vitale, quasi di entanglement[5].

E, a partire da queste considerazioni, scaturiscono molte domande.

Il Terzo Settore in Italia e in Europa è un arcipelago? O è una serie di isole isolate e solipsistiche che ancora parlano linguaggi diversi e non si comprendono, o peggio, nemmeno si incontrano e si ascoltano? E chi si impegna perchè quel “mare principale” sia uno spazio sicuro, un ambiente abilitante, perché enti di tipologia diversa possano lavorare per cause condivise raggiungendo obiettivi strategici e missioni fondamentali per il presente e il futuro della nostra società, della democrazia, del nostro pianeta? Qual è la relazione oggi tra filantropia e impresa sociale? Sono isole lontane o parte di un arcipelago? Anche tra questi due importanti attori, come in altri ambiti chiave della nostra società, c’è un problema di disinformazione e mancanza di fiducia sociale[6] che sono limiti intrinseci alla co-creazione di un mondo più giusto e sostenibile? Il Piano d’azione europeo per l’economia sociale (Social Economy Action Plan – SEAP) [7]può divenire nel prossimo futuro il mare abilitante per nuovi legami, sinapsi, relazioni, connessioni, scambi e fare la differenza per le grandi cause che ci stanno a cuore?

Proviamo, dunque, a restringere il campo visivo a due delle isole e approfondire la relazione tra enti filantropici e imprese sociali andando ad affrontare tre falsi miti, a cui – per il nostro Paese – si aggiungono almeno un elefante nella stanza e tre “lati ciechi” (blind sides) che bloccano il potenziale di una relazione arcipelagica tra filantropia e impresa sociale.

 

Articoli correlati