COPROGETTARE E COPROGRAMMARE: I VECCHI DILEMMI DI UNA NUOVA STAGIONE DEL WELFARE LOCALE

In questo approfondimento, Luca Fazzi, Professore ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Trento, analizza le sfide e i nodi da sciogliere per gli enti del Terzo Settore e le amministrazioni pubbliche nel coprogettare e coprogrammare insieme.

Introduzione

Negli ultimi mesi sembra essersi aperta una nuova importante stagione di riorganizzazione dei rapporti tra pubblico e terzo settore. Dopo l’approvazione del Codice del Terzo settore e la sentenza 131 del 26 giugno 2020, molte amministrazioni hanno iniziato a utilizzare gli strumenti della coprogettazione e della coprogrammazione. I due termini si riferiscono ad attività diverse. La coprogettazione riguarda la costruzione di progetti specifici da parte di più attori che si interfacciano secondo una logica di condivisione di risorse e obiettivi. La coprogrammazione si riferisce invece alla medesima logica, ma con il focus delle politiche. Ciò che accomuna i due strumenti è però un nuovo modo di concepire i rapporti tra enti pubblici e organizzazioni della società civile incentrato su dimensioni collaborative e di ricerca di un nuovo modello di relazione tra i diversi attori.

Coprogettazione e coprogrammazione rappresentano in questa prospettiva un importante punto di potenziale svolta rispetto alla strategia degli appalti e delle gare che nell’ultimo decennio è diventata dominante per l’affidamento dei servizi generando un forte impoverimento dell’offerta e una marcata de-territorializzazione degli interventi. Diversamente dalla programmazione dei piani di zona della legge 328/00, che impegnava pubblico e terzo settore nell’analisi di problemi e definizione di obiettivi, ma lasciava poi piena discrezionalità al soggetto pubblico di appaltare i servizi, le nuove pratiche collaborative si fondano almeno a livello teorico su una condivisione sia di intenti che di responsabilità nella implementazione degli interventi, realizzando quindi in modo molto più compiuto il principio di sussidiarietà rispetto a quanto previsto dall’impianto più statalista della vecchia legge quadro di riforma dell’assistenza.

La crescita di interesse verso le nuove pratiche collaborative è da recepire indubbiamente con favore. Le poche sperimentazioni operative che hanno preceduto l’attuale “fase collaborativa” come quella della coprogettazione di Lecco hanno dimostrato nella pratica la possibilità di pensare forme di welfare locale efficaci e efficienti superando il ricorso a meccanismi competitivi (Brunod et al., 2016). Parlare di coprogettazione e coprogrammazione significa tuttavia entrare in un campo non solo semantico, ma anche operativo e strategico occasionalmente praticato e che molti enti sia pubblici che di terzo settore non conoscono e non hanno mai sperimentato prima in modo compiuto.

Quando si introducono elementi di forte innovazione nei rapporti tra enti pubblici e organizzazioni della società civile è importante ricordare che non basta sostituire uno strumento di regolazione con un altro per ottenere un cambiamento del modo di operare, ma è indispensabile siano presenti e messi a regime una serie di presupposti per accompagnare la transizione (Donahue, Zeckhauser, 2011). Nonostante le diverse forme assunte dai processi di coprogettazione e coprogrammazione a livello nazionale, esiste una ampia letteratura che si è occupata delle pratiche collaborative tra pubblico e terzo settore. Questi studi avvertono che non è affatto scontato che solo introducendo i nuovi strumenti collaborativi sia possibile affrontare le criticità della partnership e i problemi che affliggono i sistemi di welfare locale attuali, stretti tra pressioni verso il risparmio, moltiplicazione dei bisogni e sistemi di regole e procedure che rischiano di limitare gravemente l’efficacia del contributo dei singoli attori. Attraverso le pratiche collaborative si possono raggiungere risultati paradossalmente tra loro opposti: l’innovazione o la certificazione dello status quo, il ri-orientamento degli interventi verso i bisogni dei cittadini, oppure verso le logiche di funzionamento dei servizi, la trasparenza e l’inclusione, oppure l’opacità e la selezione avversa (Fazzi, 1996; Boydell et al., 2008; Perkins et al., 2010).

Per dare gambe ai nuoti strumenti collaborativi non è dunque sufficiente essere soddisfatti della loro introduzione amministrativa, ma si deve cercare di capire a quali condizioni essi possono fare la differenza. Quali sono i principali problemi da affrontare per rendere la collaborazione efficace e efficiente? Che accorgimenti vanno approntati per accompagnare i processi di collaborazione? Come fare in modo che l’innovazione vada a buon fine?

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