COMPETENZE PER LA TRANSIZIONE: PERCHÈ L’UE PUNTA FORTE SULLA FORMAZIONE

I leader UE al vertice di Porto hanno fissato un obiettivo ambizioso: il 60% degli europei entro il 2030 dovranno partecipare ogni anno a attività formative. Il traguardo non è semplice da raggiungere, ma gli esperti concordano sull’importanza di questi interventi. Se saranno equilibrati e pensati tenendo conto delle enormi sfide che andranno affrontare nei prossimi anni saranno infatti fondamentali per il futuro dell’Unione. Ne parla la terza puntata di #EuropaSociale di Percorsi di Secondo Welfare

All’interno del Pilastro europeo dei diritti sociali l’enfasi sulle competenze è notevole. Istruzione, formazione e apprendimento permanente vengono citati fin dal primo principio. “Ogni persona – vi si legge – ha diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente di qualità e inclusivi, al fine di mantenere e acquisire competenze che consentono di partecipare pienamente alla società e di gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro”.

Perché l’Europa sia più sociale e abbia un numero sempre minore di cittadini a rischio povertà ed esclusione – è il ragionamento – bisogna innanzitutto aumentare il numero di persone che hanno un’occupazione e, per farlo, acquisire e mantenere competenze è cruciale.

Per questo, tra i tre obiettivi sottoscritti a Porto dai leader Ue, dopo quello che riguarda l’occupazione, viene quello dedicato alle competenze: entro il 2030, almeno il 60% di tutti gli adulti dovrebbe partecipare ogni anno a attività di formazione. Il traguardo è ambizioso. Nel 2016, l’ultimo anno per cui ci sono dati disponibili, nessun Stato membro toccava questa percentuale. Solo la Svezia ci andava vicina con un 58% mentre l’Italia si fermava poco sotto il 34%, a qualche punto dalla media continentale del 34,7%.

Come raggiungere gli obiettivi
Francesco Seghezzi, presidente Fondazione ADAPT, ammette che “non è certo una sfida semplice”, ma a suo modo sembra ottimista. “Si tratta di una meta raggiungibile in dieci anni, a patto che oltre alle risorse da investire maturi anche la consapevolezza culturale di imprese e lavoratori rispetto al valore della formazione”, sostiene. La sfida verrà giocata soprattutto su due campi, quelli della transizione digitale e della transizione ambientale. “Sono i due filoni – riprende Seghezzi – per i quali sono e saranno stanziate importanti risorse quindi non si può che partire da qui”.

L’articolo completo su secondowelfare.it

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