TRENT’ANNI DI 381: UNA INCOMPIUTA DI SUCCESSO

L’editoriale di Felice Scalvini sulla rivista Impresa Sociale.

A novembre la 381 compie trent’anni ed è momento di bilanci. Per quanto mi riguarda il periodo è più lungo, quasi quarant’anni, perché fu nella primavera del 1982 che curai la redazione del primo Disegno di Legge, poi presentato nell’estate a un seminario della Fondazione Zancan per un primo confronto e infine depositato in parlamento dall’on. Salvi nel settembre successivo (lo si trova pubblicato nel numero 6/1992 di Impresa Sociale). Parto da questa notazione personale perché il percorso che precedette l’approvazione della legge è, a mio parere, decisivo per comprendere ciò che si sviluppò in seguito e quindi per poter esprimere valutazioni equilibrate.

Infatti, la 381 risultò essere il frutto di un compromesso tra due visioni cooperative (e sociali), che si confrontarono per quasi dieci anni, prima di arrivare a trovare un punto d’equilibrio che il Parlamento fece proprio. Vigeva infatti a quei tempi una sorta di principio non scritto, ma effettivo, per cui qualsiasi provvedimento in materia di cooperazione doveva vedere il consenso delle due più grandi Centrali Cooperative, che avevano come principali riferimenti la Democrazia Cristiana (Confcooperative) al Governo, e il Partito Comunista (Legacoop) all’opposizione. Seppur su una serie di innovazioni normative di carattere generale vi fosse condivisione, sul fenomeno nascente della presenza cooperativa nell’ambito dell’intervento sociale i punti di vista su come si dovesse intervenire per riconoscerlo e sostenerlo erano, agli inizi degli anni ’80, piuttosto distanti.

Da un lato Confcooperative aveva accolto al proprio interno le realtà della cooperazione di solidarietà sociale per le quali il vincolo mutualistico – che, come costantemente ribadivano ispettori ministeriali e tribunali, imponeva l’esercizio di attività ad esclusivo vantaggio dei soci – risultava essere una insostenibile e ingestibile camicia di forza. Ad ispirare questa nuova generazione di cooperatori era un istinto altruistico e comunitario. Basi sociali piuttosto composite e originali (volontari, operatori sociali, famiglie di disabili, finanziatori) si aggregavano partendo da interessi e aspettative diversi, coagulandosi intorno all’obiettivo di proiettare all’esterno della compagine sociale i vantaggi principali generati dall’attività collettiva di imprenditoria sociale. Il disegno che si andava chiarendo era quello di proporsi come nuove organizzazioni capaci, attraverso una forma di autogestione, di offrire alle comunità locali la possibilità di rispondere ai propri bisogni sociali. Eventualmente in alleanza con le pubbliche amministrazioni, ma non al loro servizio.

L’articolo completo su www.rivistaimpresasociale.it

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