RIPENSARE LA SFIDA DELLA POVERTÀ EDUCATIVA: FONDAZIONI DI COMUNITÀ E COMUNITÀ EDUCANTI AL CENTRO

Una riflessione a cura della nostra Francesca Mereta sul potenziale unico delle comunità educanti, sulla necessità di investire su di esse, e sul ruolo chiave che le fondazioni di comunità, espressione filantropica dei territori stessi, hanno nel costruire, attivare e guidare queste comunità.

Con l’Agenda 2030, nel 2015, 193 Paesi del mondo si sono dati una visione comune: lo sviluppo sostenibile del pianeta e delle persone che lo abitano. Declinati in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, fortemente interconnessi, questo piano d’azione traccia un percorso condiviso e riconosce allo stesso tempo che le soluzioni a livello di territori possono e devono essere diverse. Pensare globale, agire locale. In questo contesto, le comunità giocano un ruolo fondamentale, guidando processi di trasformazione delle stesse per lo sviluppo sostenibile. E la pandemia lo ha dimostrato. Il dossier “Coltivare Comunità”, curato da Flavia Barca, Rossano Pazzagli, Filippo Tantillo e Giovanni Teneggi, si rivela quindi più che mai necessario per esplorare, con diverse lenti e sotto diversi punti di vista, il ruolo, l’anatomia e il potenziale delle comunità per il rilancio delle stesse e lo sviluppo di nuovi immaginari collettivi. Comunità che prendono diverse forme, con un approccio olistico, che possono far leva su diversi tipi di capitale umano, relazionale, sociale e culturale, oltre che finanziario. E in questo scenario, un particolare tipo di comunità, la comunità educante, ha dimostrato il proprio potenziale nel costruire un sistema di reti e relazioni intorno ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, per offrire loro opportunità di sviluppo e di realizzazione del proprio essere. Con questo approfondimento, vorrei portare il mio contributo sul tema indagando il potenziale unico delle comunità educanti, la necessità di investire su di esse, e il ruolo chiave che le fondazioni di comunità, espressione filantropica dei territori stessi, hanno nel costruire, attivare e guidare queste comunità.

LA POVERTÀ EDUCATIVA IN ITALIA

In Italia, il fenomeno della povertà educativa, specialmente a causa della pandemia, si sta fortemente inasprendo, e sta consolidando ed esacerbando diseguaglianze radicate nel nostro sistema. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sono 1 milione e 384mila i minori in povertà assoluta, non avendo a disposizione risorse per acquisire beni e servizi essenziali alla persona, pari al 14,2%. Un dato in crescita di 3 punti percentuali rispetto al 2019. Nel 2020, in Italia il tasso di abbandono scolastico era pari al 13,1%, con forti differenze tra Nord e Sud del Paese, al quarto posto tra i Paesi europei. Un dato in calo rispetto al passato, ma ancora lontano dall’obiettivo europeo di ridurre l’abbandono scolastico a meno del 10% entro il 2020.

Muovendoci su altre dimensioni, oltre la scuola, che compongono lo sviluppo del minore, nel 2019, meno del 50% dei bambini tra i 6 e i 10 anni aveva visitato una mostra o un museo, dato crollato al 25% con l’avvento della pandemia (fonte Openpolis). Sempre nel 2019, quindi già prima delle chiusure causate dal Covid-19, quasi un giovane su 5 era sedentario: oltre il 18%, tra i bambini di 6-10 anni e gli adolescenti di 15-17 anni, quasi il 16% nella fascia 11-14 anni e oltre il 40% tra i più piccoli (3-5 anni). Tra le cause, la condizione economica e la povertà materiale del nucleo familiare (Fonte: i Minori e lo sport – Osservatorio povertà educativa con i bambini).

Una trappola, quella della povertà educativa, che determina e influenza presente e futuro dell’individuo: in Italia, nel 2017, il 29% degli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni con un livello di istruzione secondaria di primo grado o inferiore ha guadagnato al massimo la metà della retribuzione mediana, collocandosi al di sopra della media OCSE del 27% (Fonte: Education at Glance, OCSE). Si tratta di un’eredità che si passa per generazioni: famiglie in difficoltà, in contesti di deprivazione e abbandono scolastico, più difficilmente riescono ad assistere i giovani e ad attivarsi per sostenere lo sviluppo del loro potenziale.

In questo contesto, sebbene non sia indicativa al 100% dello stato di un Paese, è interessante notare come la spesa in istruzione in Italia sia una delle prime voci ad essere sacrificata, specialmente in un momento di crisi: già a partire dal 2008, il nostro Paese aveva fortemente ridotto gli stanziamenti scendendo da 70 a 65 miliardi nel triennio 2009-2012 (Fonte: OpenPolis). Secondo Education and Training Monitor 2021  – l’iniziativa della Commissione Europea che illustra l’evoluzione dei sistemi nazionali di istruzione e formazione in tutta l’Unione europea – l’Italia spende l’8% del proprio budget statale in istruzione, lontana dalla media del 9,9% registrata a livello di continente, collocandosi ultima tra i Paesi dell’Unione.

Una situazione per niente rassicurante, che ha fatto salire il livello di attenzione sul tema. Secondo l’indagine “Gli italiani e la povertà educativa minorile” realizzata dall’Istituto Demopolis per l’Impresa Sociale Con i Bambini, per quasi 9 cittadini su 10 la povertà educativa minorile è un fenomeno grave e l’83% degli italiani ritiene fondamentale e prioritario introdurre azioni di contrasto.

COME CONTRASTARE IL FENOMENO?

Con l’obiettivo di contrastare questo fenomeno, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede un importante stanziamento di risorse nei prossimi anni: alla missione 4, “Istruzione e ricerca”, sono stati collocati 30,88 miliardi, 19 dei quali dedicati a rafforzare il sistema educativo del nostro Paese in termini di offerta e formazione in tutte le fasi della vita del minore.

In questa direzione si è mosso anche il sistema filantropico italiano rifocalizzando la propria attenzione sul tema, anche alla luce degli effetti della pandemia. Diverse le iniziative: si pensi a Fondazione Paolo Bulgari, nata con la specifica missione di contrastare le diseguaglianze e le povertà educative nei quartieri più difficili di Roma, forgiando e supportando la nascita di una comunità educante. O Fondazione Alberto e Franca Riva, che a Napoli, con la Scuola del Fare, ha creato una “scuola inclusiva”, un modello innovativo che possa offrire un’opportunità anche a quei ragazzi con i quali la scuola tradizionale ha fallito. O ancora le fondazioni di comunità del nostro Paese, oggetto di analisi più approfondita nei prossimi paragrafi, che grazie al loro approccio sistemico sono in grado di rendere l’azione educativa trasversale ai programmi che hanno in essere. Oppure Fondazione Nando ed Elsa Peretti che nel 2020, in piena crisi pandemica, ha deciso di stabilire una fruttuosa collaborazione con alcune fondazioni di comunità del Sud Italia e di supportarle nel contrasto all’emergenza educativa che si stava vivendo.

Da citare anche il pioneristico sforzo delle fondazioni di origine bancaria, rappresentate da Acri, che nel 2016 hanno dato il via, grazie ad un accordo con il Governo, al Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, dotato di un budget complessivo di oltre 600 milioni di euro, recentemente rinnovato fino al 2024. Alla base di questo innovativo partenariato pubblico-privato il ruolo fondamentale della comunità educante, un tema centrale e ricorrente per affrontare questa sfida.

Continua a leggere l’articolo direttamente dalla fonte (AgCult).

È possibile rivedere qui l’incontro “Da progetti a processi: il ruolo delle fondazioni di comunità nel costruire una comunità educante”, organizzato insieme ad Assifero, e che ha coinvolto i principali attori filantropici nella lotta alla povertà educativa – in particolare le fondazioni di origine bancaria -, partendo dall’esperienza di Batti il Cinque, progetto realizzato con il sostegno dell’impresa sociale Con I Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

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