NUOVE PROSPETTIVE PER LE IMPRESE SOCIALI CULTURALI

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Dal finanziamento a progetto al core support. La riflessione di Felici Scalvini su AgCult. “Fondi di investimento patrimoniale, con capitali e competenze, per irrobustire le organizzazioni”

 

Il Codice del Terzo settore e l’annesso decreto legislativo hanno definitivamente sancito, se mai ve ne fosse ancora bisogno, che le attività culturali e artistiche, nonché quelle di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico, sono attività di interesse generale, esercitabili anche nella forma dell’impresa sociale. Dunque, accanto alla sempre più estesa area di attività degli imprenditori sociali rappresentata dai servizi sociali, sociosanitari ed educativi, vi sono tutte le condizioni per lo sviluppo di un importante settore delle Imprese Sociali Culturali (ISC). Questo sull’onda di una convinzione, che si va consolidando, che vede le attività legate alla dimensione culturale rappresentare un’ossatura e non un accessorio delle dinamiche di sviluppo sociale e civile, ma anche economico, dei diversi territori e del Paese tutto.

Ciò nonostante l’ISC stenta a decollare e a diffondersi con l’irruenza che ha caratterizzato, sin dagli anni ’90, la sorella impresa sociale socioassistenziale (ISS). Chi intendeva sviluppare un’attività economica non speculativa nei servizi sociali approdò in massa e rapidamente alla forma della cooperativa sociale, quando entrò in vigore la legge 381 del ’91. Non altrettanto è avvenuto né sta avvenendo per chi ha avviato e sta gestendo, magari con forme giuridiche poco adatte, un’analoga attività economica in ambito culturale. E ciò benché la legge sull’impresa sociale esista dal 2007 e la riforma del 2017 abbia confermato e migliorato il profilo giuridico delle imprese sociali operanti in questo settore.

Credo che i motivi di questa inerzia siano più di uno. Tra loro concomitanti e intrecciati, senza che ciascuno risulti essere il principale, ma in grado di rinforzarsi reciprocamente e di rendere difficile un auspicabile decollo. Proverò dunque ad esaminarli, seguendo un ordine casuale e non di priorità o maggior influenza, che, appunto, a parer mio non esiste. E, anche attraverso il confronto con l’esperienza dell’ISS, proverò ad indicare alcune piste di riflessione e di lavoro che, confido, possano risultare promettenti per l’ISC.

Una prima questione è legata alla postura della Pubblica Amministrazione nei confronti delle attività culturali. Il sostegno finanziario pubblico, quando previsto, avviene normalmente sotto forma di contributi a fronte di progetti e programmi, non considerando le attività svolte come l’adempimento di obbligo di prestazione a fronte del pagamento di un corrispettivo e di conseguenza non inducendo negli interlocutori una evoluzione verso la dimensione commerciale/imprenditoriale. Questo è invece quello che avvenne per le ISS. Anch’esse, agli esordi ricevevano semplici contributi per occuparsi di disabili, anziani, tossicodipendenti, ecc. Ma questo approccio virò successivamente verso il sistema del pagamento di rette e dell’affidamento di servizi (anche col deprecabile fenomeno delle gare al ribasso: non è tutto oro …) e questo approccio favorì l’evoluzione in forma imprenditoriale di iniziative spesso originariamente nate come espressione di impegno sociale e volontariato. Un analogo percorso non è ovviamente trasferibile sic et simpliciter ad altri settori, ma una riflessione sulla cultura come servizio pubblico da supportare stabilmente da parte di PA ed EELL con forme contrattuali più evolute e meglio combinate col mercato privato, rispetto alla semplice erogazione di contributi, credo dovrebbe essere avviato. E sicuramente si riverberebbe anche sulla crescita delle ISC.

Un secondo fattore osservabile nel mondo delle attività artistico-culturali è costituito dalla grande frammentazione e dalla microdimensione di molti soggetti, spesso addirittura a carattere quasi unipersonale o famigliare, unita alla scarsa propensione a ricercare stabili forme di aggregazione. Anche in questo caso uno sguardo alle ISS può offrire qualche spunto. Negli anni ’90 il proliferare di iniziative consortili, promosso dall’allora leadership nazionale, ha determinato un imprinting forte nel nascente fenomeno della cooperazione sociale. Infatti l’insistenza sull’aggregazione in consorzi era parte di una formula imprenditoriale, legata al territorio e specializzata e di una strategia di sviluppo per proliferazione – la strategia del campo di fragole – che sicuramente ha segnato e irrobustito lo sviluppo anche imprenditoriale oltre che sociale delle ISS.

 

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