FIXING FOOD 2021: GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI SONO ANCORA TROPPO FRAGILI

Spreco di cibo, agricoltura sostenibile e sfide nutrizionali sono i tre aspetti esaminati. Buoni risultati in Canada, Giappone, Australia, Germania e Francia, ma c’è tanto da fare per rendere resilienti i sistemi alimentari. L’articolo di Tommaso Tautonico su Futura Network.

Con meno di dieci anni per raggiungere i target previsti dall’SDG 2 “Fame zero”, il contributo dei Paesi del G20 è determinante. Insieme, i membri del G20 rappresentano il 60% della popolazione mondiale, il 75% delle emissioni di gas serra e l’80% della produzione economica. “Fixing Food 2021: An opportunity for G20 countries to lead the way” è il Report sviluppato dall’Economist Intelligence Unit con il Barilla Center for Food & Nutrition che, sulla base del Food sustainabilty index, Fsi, indaga sull’opportunità che hanno i Paesi del G20 di guidare il cambiamento sulla sostenibilità alimentare.

Il Food sustainability index esamina le prestazioni dei sistemi alimentari nazionali attraverso tre pilastri: perdita e spreco di cibo, agricoltura sostenibile e sfide nutrizionali. La pandemia da Covid-19, evidenzia il Rapporto, ha messo in luce la necessità di costruire sistemi alimentari non solo sostenibili, ma anche sani, inclusivi e resilienti.

I risultati nelle tre aree d’interesse. I risultati del Fsi sono strettamente correlati ai progressi verso gli SDGs. I Paesi che registrano i migliori risultati nel 2021 sono Canada, Giappone, Australia, Germania e Francia. Questi Paesi combinano ottimi risultati con solide risposte politiche, nonostante rimangano margini di miglioramento. Analizzando nel dettaglio l’area dedicata alla perdita e allo spreco alimentare, i Paesi che ottengono risultati positivi sono Canada, Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti. Tutti e cinque dimostrano forti risposte politiche al problema e sono dotati di una legislazione nazionale in materia. Al contrario, Paesi come Indonesia e Messico hanno alti livelli di cibo perso e sprecato, con poche politiche in atto per affrontare il problema. Più in generale, sottolinea il Rapporto, la maggior parte dei Paesi membri ha sottoscritto obiettivi ambiziosi: circa tre quarti affrontano la perdita di cibo in una strategia nazionale e una quota simile ha fissato obiettivi di riduzione pro-capite di spreco alimentare. Molti Paesi incontrano difficoltà nel misurare la quantità di cibo che viene perso o sprecato. Il nuovo Food waste index del Programma delle Nazioni unite per l’ambiente, Unep, rileva che la disponibilità di dati globali sui rifiuti alimentari è bassa e c’è una distribuzione non uniforme dei dati tra le regioni e le diverse fasce di reddito. Nonostante la maggior parte dei Paesi del G20 disponga di istituzioni accademiche e private che lavorano sullo spreco alimentare, è necessaria una legislazione vincolante.

Nell’area dell’agricoltura sostenibile, Corea del Sud, Germania, Australia, Canada e Giappone sono i Paesi che si comportano meglio. Con l’eccezione del Canada, questi Paesi ottengono punteggi elevati per l’uso dell’acqua e del suolo, per le politiche mirate ad incoraggiare la gestione sostenibile dell’acqua e per le leggi create a tutela dei piccoli proprietari. Il Canada si distingue per le sue politiche di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici. Al contrario, i Paesi che si distinguono meno, per vari motivi, sono Arabia Saudita, Russia e Turchia. L’Arabia Saudita, ad esempio, è all’ultimo posto per il prelievo di acqua agricola come percentuale delle risorse idriche rinnovabili totali; la Russia spicca per deforestazione e la Turchia è all’ultimo posto per le opportunità di investimento del settore privato nell’agricoltura sostenibile.

Covid-19 e pratiche agricole insostenibili. La pandemia, continua il Rapporto, ha reso più chiare le conseguenze di pratiche agricole non sostenibili. Fattori come biodiversità, deforestazione e allevamenti intensivi sono diventati sempre più importanti, visti i collegamenti tra i danni all’ambiente e la capacità delle malattie zoonotiche di passare dagli animali all’uomo. Una sfida significativa, visto il crescente consolidamento del comparto, è ridurre le emissioni di gas serra del settore agricolo, generate da quattro fonti principali: uso del suolo, produzione agricola, allevamenti intensivi e pesca, catena di approvvigionamento. La produzione di mangimi per animali rappresenta il 12% del cambiamento di uso del suolo e il 6% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Le ripercussioni ambientali derivanti dal mangiare carne rossa sono alcuni dei motivi per cui, soprattutto nei Paesi ad alto reddito, si raccomanda di ridurne il consumo. Altre fonti di emissioni derivano dal trasporto di cibo in veicoli refrigerati, per cui l’uso di refrigeranti naturali e tecnologie più efficienti dal punto di vista energetico, possono contribuire a ridurre l’impronta ambientale della catena del freddo. L’Indonesia è uno dei due Paesi del G20 la cui Nationally determined contribution, Ndc, coinvolge pienamente il settore agricolo. In particolare, il governo indonesiano identifica l’aumento della produttività agricola come uno dei modi con cui prevede di ridurre del 29% le sue emissioni entro il 2030. L’obiettivo è ridurre le emissioni di CO2 legate all’agricoltura favorendo le piantagioni sostenibili, rallentando il tasso di deforestazione e migliorando la gestione forestale. Le principali strategie di mitigazione includono: l’uso di colture a bassa emissione, gestione efficiente dell’acqua, meno cambiamento dell’uso del suolo per agricoltura e una migliore gestione del letame e del mangime per bestiame.

L’articolo completo su futuranetwork.eu

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