CARCERE: LAVORA SOLO 1 DETENUTO SU 3 (E GRAZIE ALLE COOPERATIVE SOCIALI)

Uno studio condotto da Fondazione Zancan, Compagnia di San Paolo, Fondazione Con Il Sud e Fondazione Cariparo, con il patrocinio del Ministero della Giustizia dimostra come le persone detenute che lavorano per cooperative sociali dentro agli istituti abbiano molte più opportunità reinserirsi nella società dopo la pena. L’articolo di Luca Cereda su Vita

Lo studio condotto da Fondazione Zancan, Compagnia di San Paolo, Fondazione Con Il Sud e Fondazione Cariparo, con il patrocinio del Ministero della Giustizia ha un titolo molto chiaro rispetto all’obiettivo della ricerca: “Valutare l’impatto sociale del lavoro in carcere”. E mette al centro i benefici dell’attività lavorativa nel percorso di rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti. «Oltre ad azzerare o quasi la recidiva una volta scontata la pena, il lavoro tra le sbarre dona “una seconda vita” e maggiore dignità, previene la depressione e l’ansia tenendo la mente occupata e diminuendo l’uso di farmaci e aumenta l’autostima della persona».

Aumentare i detenuti-lavoratori vorrebbe dire anche maggior indotto per tutti, anche per lo Stato. Sono gli stessi report del Ministero della Giustizia ad evidenziare che in carcere lavora solo il 34% dei 56mila detenuti attuali, e che le persone che seguono percorsi trattamentali individualizzati e lavorano, non ritornano a delinquere (la recidiva si abbassa a meno del 2%). Mentre le persone detenute che non accedono a percorsi trattamentali, senza un lavoro , nel 70% dei casi tornano a delinquere: 7 su 10 ritornano a delinquere, vengono arrestati e ri-processati e scontano di nuovo una pena. Con grandi costi economici e sociali per lo Stato.

L’articolo completo su Vita

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