AGIRE INSIEME PER CAMBIARE IL WELFARE: QUALE RUOLO PER LE PRATICHE COLLABORATIVE? 

Sono ormai quasi due decenni che assistiamo alla crescita di nuovi rischi sociali legati ad un’onda lunga di trasformazioni che ha comportato un aumento della domanda di protezione sociale. L’indicatore più evidente è la povertà: una condizione in cui è molto più facile scivolare rispetto al passato, che caratterizza persone con profili – e quindi risorse e bisogni – più eterogenei. E si presenta come fenomeno multidimensionale le cui manifestazioni principali sono la povertà minorile, educativa, abitativa, energetica, digitale, alimentare, sanitaria, da/di lavoro. Inoltre, mentre gli effetti della crisi pandemica non sono ancora stati completamente assorbiti, nuovi eventi accrescono l’incertezza sulla capacità di tenuta del welfare pubblico. Da un lato, la guerra in Ucraina ha accelerato dinamiche inflazionistiche, in particolare sui beni energetici e alimentari, incrementando sia il numero di poveri sia la fascia grigia dei vulnerabili. Dall’altro, nell’autunno 2023, lo scoppio del conflitto israelo-palestinese ha riportato all’attenzione il tema dei conflitti globali e delle guerre nel cuore dell’Europa. Contemporaneamente il dibattito sul cosiddetto welfare ecosociale (Mandelli 2022) porta alla luce la crescente centralità della transizione ecologica e dei cambiamenti climatici e come gli effetti sul welfare state mettano in discussione i principi su cui è stato costruito, aggravando il rischio povertà e accrescendo le disuguaglianze sociali.

Mentre le politiche sociali del XX secolo erano concepite per rispondere ai processi di industrializzazione, urbanizzazione e globalizzazione, quelle del XXI secolo si trovano a contrastare le conseguenze derivanti dall’emergenza climatica e dalle politiche ambientali. Il cambiamento climatico è quindi sempre più inquadrato come nuovo rischio sociale “onnicomprensivo” o di “terza generazione” (Johansson et al. 2016): meno legato alle crisi del mercato del lavoro e delle strutture familiari richiede una concettualizzazione che vada al di là del nesso tra lavoro e welfare. È un rischio dagli effetti molto più ambigui, sia diretti sia indiretti. Non delimitabile a livello nazionale, colpisce – anche se non in modo uguale – su scala globale, nazionale, regionale e locale. Si aggiunge ai rischi sociali esistenti per formare una complessa struttura multistrato di bisogni, generando nuovi tipi di conflitti distributivi e nuove forme di ingiustizia tra i Paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati, tra gruppi sociali, tra le generazioni presenti e future.

Leggi l’articolo completo di Anastasia Rita Guarna e Franca Maino nell’ultimo numero di Rivista Impresa Sociale